13 Gennaio 2005

PENSIERO #28

[segue ai FATTI #16 e #17 sull'hp di Devin]

Milano, quasi 21 dicembre

Ho giusto il tempo di buttare giù due righe di resoconto degli ultimi fatti, prima che il sonno mi colga in questa pungente notte milanese. Questo pomeriggio ci siamo intrufolati nel duomo travestiti da statue (Alfonano Parretti e J. Orgy) e prelati collezionisti di statue (Devin ed io)... non è stato poi difficile, grazie agli artifici di J, arrampicarci sulle colonne e trovare un cantuccio presso le arcate più alte, dove, appesi a testa in giù come demoniaci pipistrelli, abbiamo atteso l'orario di chiusura giocando a ludus latrunculorum. Purtroppo il freddo glaciale sofferto nei giorni passati non ha risparmiato neanche i suddetti artifici... al momento di calarci a terra ci siamo infatti accorti che la carrucola in titanio era irrimediabilmente bloccata: dovremo attendere in questa postura il mattino, quando i primi raggi di sole attraverso le vetrate permetteranno a Devin di bruciare i cavi grazie alla sua inseparabile lente d'ingrandimento. Come sopravvivere al volo di 40 metri e al conseguente schianto contro l'antico marmo dei pavimenti... bè è un problema che ci porremo una volta svegli, dopo una buona colazione.
Ora ce ne stiamo qui, e dopo aver inutilmente tentato tutti e 4 di sghiacciare il meccanismo con precisi getti d'urina (che ci hanno alla fine invece quasi accecato), non trovo niente di meglio da fare se non collegarmi a studenti per ragguagliarvi sul nostro viaggio...

...che ci porta a S. Pietroburgo, 4 giorni fa.
Il significato che dà J. Orgy all'espressione "non dare nell'occhio" a volte è qualcosa di davvero destabilizzante, e la suite presidenziale del Corinthia Nevskij Palace Hotel (che aveva prenotato a nome Sean Connery) non mi pareva fosse l'ideale per la segretezza della nostra missione - soprattutto dopo aver saputo da un telegramma di Sergio Monroe che Alfonano Sapreti aveva deciso di avvalersi dell'aiuto di due nostre vecchie conoscenze per spaccarci i culi il più velocemente e letalmente possibile... i due gangster Scizio e Leroy Particola, maghi dei travestimenti, nonchè pericolosi assassini da anni sulle tracce di mio fratello.
J era comunque irremovibile... dopo il freddo patito sulla carrozza di Fedor, nulla al mondo gli avrebbe fatto tornare il buonumore e la voglia di premere i pulsanti di un detonatore, come un buon bagno caldo, una sensuale seduta di massaggi e delle lenzuola di seta.
Arrivammo all'hotel nel primo pomeriggio, e subito riscontrammo i primi problemi: il ragazzetto addetto a parcheggiare le auto non sapeva come gestire i due bestiali stalloni da guerra che trainavano la nostra carrozza, così dovette occuparsene Fedor stesso, che con un grido inumano e una violenta frustata, aizzò i cavalli e lo travolse dirigendosi con fragore verso il garage sotterraneo. Inoltre alla reception cogliemmo uno strano lampo negli occhi dell'omino quando J. Orgy gli mostrò il passaporto. Guardò la foto di Sean Connery e poi il viso accigliato e muto del nostro ex mercenario sudafricano... poi ancora la foto, e fece per posare una mano sulla cornetta del telefono, ma quando Devin appoggiò la sua Spieler & Burr sul bancone chiedendo se quel tipo di documento fosse più chiaro, l'ometto ci consegnò senza difficoltà le chiavi della stanza e ci augurò un felice soggiorno.

Una volta sfatte le valigie, J piazzò subito qualche mina anticarro fuori dalla porta e programmò un reticolo di laser all'ingresso "tanto per dormire tranquilli"... Devin si mise in poltrona a leggere un antico ricettario di cucina assira che gli aveva spedito nostro fratello Peter e io mi chiusi in bagno, e seduto sul cesso presi a fissarmi il pene, lasciando vagare libera la mente. Mi specchiavo nella mia stessa cappella, e scostandomi i neri ciuffi dal viso mi resi conto di una lacrima, una sola lacrima che mi solcava spedita il volto, tracciando una squallida storia di assenza d'amore. E quando, superate senza difficoltà le labbra tremolanti, giunse a far capolino sul mento, ella mi parlò, ricordandomi le parole di Devin: "Tutte... Tutte", e si lasciò cadere assumendo la forma di un sacro cuore, un sacro cuore salato che mi penetrò con un "plic" nel glande, strappandomi un gemito soffocato di dolore. A questo punto, invasato come da mille religioni contrastanti, brancai il pene, la cui immonda cortezza era unica ragione della mia sofferenza, per strozzarlo e soffocarlo, ma troppo presto il turpe piacere masturbatorio mi colse. Le immagini di mille donne dai grossi seni mi circondarono, rendendo regolari i movimenti convulsi del mio braccio, riempiendo i miei polmoni di una nuova dissoluta freschezza, e in breve il ben noto fremito mi prese... poche ultime sferzate rallentate e con un boato imbrattai l'alto soffitto della stanza da bagno. Dopo pochi secondi aprii gli occhi.

E in effetti, mi stupii del boato.

2+2.
Fedor era rimasto fuori... e sicuramente non si era accorto delle mine di J. Orgy... dannazione. Corsi fuori dal cesso per rendermi conto dell'entità del danno, ma appena varcata la soglia precipitai di sotto: il pavimento era crollato, e con lui mio fratello e J. Orgy che però erano rimasti incredibilmente illesi e si stavano anzi già scrollando gli abiti imbiancati dai calcinacci... l'anziano ospite della camera aveva attutito la loro caduta. Purtroppo non sembrava che a Fedor fosse andata così bene. Tra i mattoni vi era solo un cumulo informe di stracci, il suo nero mantello... facemmo per avvicinarci quando un rauco vagito ci gelò il sangue nelle vene e un odore nauseabondo ci fece quasi dolere le nari. La massa informe di Fedor fu come presa da spasmi e con suoni che poco avevano di umano prese a rotolare grottescamente tra le macerie. Assistevamo impietriti alla scena quando, con un grido altissimo, la cosa che un tempo era Fedor scagliò via il mantello rivelandosi ai nostri occhi attoniti: un wurdulak della turchia orientale, un mostro in odore di zolfo assetato di sangue.
Con un'invidiabile presenza di spirito, Jerrinald gli scaricò addosso l'intero caricatore del suo Thompson 21 AC semiautomatico del 1936, ma la bestia indietreggiò a malapena di un passo, e anzi gli si avventò subito contro in un insano corpo a corpo, la cui vista solo poche persone sarebbero riuscite a sopportare senza impazzire. J. riuscì a portare le sue dita callose sul collo del wurdulak e a questo punto Devin non potè non intervenire... con un balzo felino staccò il crocifisso dalla parete, se lo mise in bocca e mordendolo e girandolo rapidissimamente ne affilò una punta acuminata, poi lo scagliò nel prominente pene del mostro con un colpo degno dei tempi in cui faceva il lanciatore di coltelli a Woonsocket in South Dakota.
Il Wurdulak emise un suono agonizzante e cadde addosso al povero J. Orgy che lo finì spezzandogli le costole con una violentissima ginocchiata... a questo punto tirammo tutti un sospiro di sollievo e ci guardammo intorno. La stanza in cui eravamo finiti era alquanto curiosa: vi troneggiava un enorme macchinario pieno di tubi, cavi e leve, un sedile da parrucchiere al centro e una struttura di ferro battuto in stile Liberty intorno.
"Amici miei, questa è la mia ultima invenzione, una sorta di fottutissima macchina del tempo". La voce dal pesante accento russo che aveva parlato apparteneva al grasso e vecchio proprietario della stanza, che evidentemente non era morto nell'impatto con i calcinacci del soffitto e i deretani di Dev e J. Orgy.
Il nostro letale ex mercenario, ancora scosso dalla lotta col wurdulak, brancò il vecchio per un braccio e senza neanche pensarci lo scagliò contro una parete con una schizoide mossa di Taekwon-Do. L'impatto sgretolò la spina dorsale dell'uomo ma rivelò anche una nicchia segreta nel muro, da cui si sprigionò immediatamente un'ineffabile fulgore. Incuriositi ci avvicinammo rendendoci conto di due fatti di ben diverso grado d'interesse... Il primo, che nella nicchia giaceva un antico calice eucaristico risalente al IX secolo, il secondo, che l'apertura dava sulla stanza da bagno di alcune ancelle russe intente in lascivi giochi d'acqua e sensuali lavande. Le ninfe si divertivano schizzandosi scherzosamente o risciacquandosi con particolari anfore da cui proveniva un forte afrore di sali da bagno al mughetto, fragranza favorita di mio fratello Devin.
Incuranti della pessima situazione in cui ci trovavamo, ci accalcammo tutti sul pertugio come zombie guidati da primordiali istinti, cercando di allargare il varco con le unghie e con i denti e nel contempo cercando di liberare i nostri peni già eretti per garantire un passaggio almeno a loro. Purtroppo la foga era esagerata e ben presto i nostri falli incrociati rimasero incastrati tra i mattoni, e a nulla servivano i nostri sforzi per divincolarci da quella scomoda situazione. Come se non bastasse le giovani donne, allarmate dal nostro rantolare, si reserò conto dell'azzardo e, coprendosi i voluminosi seni con panni di lino, corsero a prendere delle padelle e con queste iniziarono a percuotere rabbiosamente i nostri poveri peni... in particolare quello di Devin, che per via delle sproporzionate dimensioni, spiccava nettamente. Le nostre grida di dolore si levavano alte e strazianti, intervallate da mugolii e bestemmie... io stavo per svenire la seconda volta per il male lancinante quando una fitta mi prese la schiena: il wurdulak si era incredibilmente rialzato e stava usando il corpo sovrappeso del vecchio come un ariete per spezzarci le colonne spinali.
Tutto sembrava ormai perduto quando J. Orgy si ricordò improvvisamente dell'esplosivo d'emergenza che teneva nel tacco degli stivaletti di pelle di cobra: un rapido colpo e una nuvola di plastico gassoso circondò il vampiro, poi una pressione al detonatore nascosto nella fibbia della cintura. L'onda d'urto fece crollare la parete liberandoci dalla terribile morsa, ma ci sparò violentemente nella camera delle pollastrelle che correvano ora come impazzite da una parte all'altra della stanza. Mio fratello finì addosso ad una di esse (casualmente quella dal seno più enorme) e le cadde sopra. La bella, resasi conto del carisma erotico di Devin e fuori di sè per via dell'accaduto e dell'impellente tocco del marmoreo fardello, gli fece capire con uno sguardo di voler essere immediatamente presa. Egli non se lo fece ripetere due volte e con un destro movimento del bacino diede il via ad un blasfemo e sensuale mambo vodun.

Un'ombra di disappunto fece capolino sul mio volto, ma J. Orgy, impassibile, recuperò qualche sale da bagno e con un cenno mi invitò a tornare nell'altra stanza per vedere se eventualmente c'era qualcosa da depredare. Scavalcammo il nuovo cumulo di calcinacci e, meraviglia! ci accorgemmo che i resti del wurdulak erano svaniti ed esattamente al loro posto si trovava Alfonano Parretti, sdraiato su un triclinio con i suoi soliti abiti rinascimentali ed intento a mangiucchiare con noncuranza dell'uva Cardinal. Alfonano ci guardò e, con un lieve sorriso, disse: "I morti viaggiano veloci".

Io e J. restammo impietriti per un paio di secondi, poi, convinti che si trattasse di un nuovo trucco del wurdulak, ci muovemmo rapidi e all'unisono. Afferrai il grasso cadavere dell'anziano che giaceva accanto a me e lo lanciai al prestante ex mercenario che con una rapida giravolta lo prese al volo e lo scaraventò contro ciò che solo in un'assurda e remota ipotesi avrebbe potuto essere il nostro amico Alfonano, e mandò in frantumi il triclinio. La reazione di Parretti non fu però scontata: fermò al volo il cadavere prima che finisse a terra e con un amorevole gesto lo posò sulla pira di resti del triclinio incrociandogli le braccia sul petto ed abbassandogli le palpebre con una velocità di cui solo un guardiano d'obitori sarebbe stato capace: proprio come Alfonano Parretti, il baldo inumatore.
Sì, era sicuramente lui.
Stupiti ci avvicinammo e subito non potemmo fare a meno di riempirlo di domande sul come e perchè si trovava lì. Non senza difficoltà, date le insane grida di godimento che provenivano dalla stanza a fianco, Parretti ci raccontò una storia dal sapore amaro: da parecchio tempo in lui convivevano tre identità, oltre a quella del mite scavafosse: Fedor, taciturno cocchiere transilvano, e Alibek, feroce wurdulak turco. Secondo i suoi studi pare che la terribile maledizione avesse avuto inizio parecchi mesi prima, e proprio in mia presenza, per via del rapporto sessuale con il cadavere infetto di un brigante [v. pensiero #6], ma che solo ultimamente le due personalità più disturbate avessero preso il sopravvento.
Decidemmo comunque di non pensarci più, sperando che il plastico di J. Orgy avesse posto fine all'orribile dannazione, ed abbracciammo così un amico ritrovato.

Le sorprese però non erano ancora finite. Proprio mentre stavamo pensando a come dire a Devin che Alfonano sarebbe stato della partita (dato l'antico astio che li divideva), notammo che qualcosa si muoveva tra i legni rotti del triclinio. Il decrepito ospite era ancora in vita. Questa volta ci precipitammo ad aiutarlo, constatando presto che le sue condizioni erano stranamente più che buone. In pochi minuti si fu ripreso del tutto e non perse tempo a presentarsi: si trattava di Pavel Plodorodnovic Staskov, folle scienziato nonchè collezionista di vinili, cosa che lo portò subito ad essere in sintonia con Alfonano e J. Orgy. Il padre di Parretti infatti aveva militato insieme a J. Orgy stesso ne "La Dissolutezza De' Costumi", oscura realtà progressive italoslava che aveva rilasciato un unico album omonimo nel 1967 (peraltro in edizione limitatissima di 9 copie con picture disc, copertina animata di forma fallica illustrata da Barry Godber e poster allegato) diventato poi oggetto di culto estremo. Le uniche due copie rimaste di cui si abbia notizia appartengono ad Alfonano e Devin - e la cosa è peraltro da annoverare tra le cause primordiali della loro conflittualità, ma questa è una storia che andrà narrata in altra sede.

Il professor Staskov ci offrì biscotti e della vodka moskovskajia dalla sua riserva personale e, ormai completamente a suo agio, ci raccontò della sua ultima invenzione, un artificio a vapore per viaggiare attraverso il tempo e lo spazio. Tutti ne fummo alquanto stupiti e gli stavamo per chiedere una piccola dimostrazione, quando dalla voragine nella parete apparve Devin, completamente nudo e con un paio di mutandine infilate in testa a mo' di cuffietta, le pupille dilatate come chiaro segno del flash postorgasmico, il pene barzotto che ciondolava quasi sul ginocchio. Ci ignorò superando i calcinacci e in silenzio si sedette accanto a noi, si versò un bicchiere di vodka e si ficcò in bocca un paio di biscotti. La sacralità che traspariva dalla sua ancestrale nudità e dai suoi movimenti solo all'apparenza banali sembrò rallentare il tempo e fece calare nel più profondo silenzio il luogo. Devin inghiottì un terzo biscotto poi alzò lo sguardo e mi fissò: "Cosa ci fa qui quell'inumatore di merda?". E bevve alla goccia dal bicchierino colmo del potentissimo alcolico. Per tutta risposta Alfonano si sfilò la calzamaglia e gli diede le terga, mostrandogli il joker che aveva tatuato sulla natica destra. Me l'aspettavo.
J. Orgy, avvezzo a quel genere di diatribe, scrollò la testa e con un eloquente cenno propose al professore di dimostrarci le potenzialità del suo incredibile congegno. Lo scienziato non si fece pregare. Tirò fuori da chissà dove una pipa e la posizionò al centro del congegno, poi si mise ad armeggiare con leve e bottoni. Intanto Devin continuava a tracannare bicchieri su bicchieri di vodka e cominciava anche a biascicare frasi senza senza senso che implicavano tette, culi e superuomini atomici. Ad un trattò si zittì di botto e con una voce che pareva venire dal luogo dove nascono i sogni sussurrò: "Ceci n'est pas une pipe". A queste parole Jerrinald si alzò di scatto tastandosi i pantaloni di seta color kaki: vuoti. Quella che stava per essere catapultata in chissà quale epoca e luogo non era altro che la sua Dunhill del 1894, pipa favorita nella sua sconfinata collezione, che evidentemente gli era scivolata di tasca durante la collutazione col wurdulak. Con un balzo si lanciò sul macchinario spintonando violentemente Staskov che cadde sul pannello di controllo della macchina del tempo, azionandola. Un raggio di energia si sprigionò ed andò a colpire il povero ex mercenario che stava già per rimettersi in tasca la preziosa pipa... senza perdere un attimo di tempo mi scagliai verso di lui per toglierlo da lì e Devin, conscio del pericolo, mi si buttò addosso per strapparmi dal fascio d'azione del congegno. Alfonano, interpretando male lo scatto di Devin e credendo - chissà poi perchè - che volesse farmi del male, si lanciò su mio fratello per levarmelo di dosso. A quel punto un lampo fortissimo ci abbagliò.

Fu il silenzio più completo e per qualche secondo ebbi percezione come del vuoto cosmico attorno a me, e mi sembrò quasi che grossi massi colorati, scolpiti a forma di cifre casuali, ci piovessero intorno. Non riuscimmo ad evitare il 1962, e fu un nuovo lampo.

Alzai la testa, ed era un auditorium enorme, gremito di gente. Eravamo tutti e quattro seduti su un pianoforte a coda, ed intorno a noi una maestosa orchestra. Si levò un mormorio sommesso e una voce mi rimbombò nelle orecchie: "Don’t be frightened, Mr. Gould is here...", poi un altro lampo accecante, e ancora spazio nero e numeri.

Nero e numeri per un tempo infinito ed indefinibile. Oggi mio fratello giura che non si trattò di più di una manciata di secondi, ma Alfonano è certo che fummo in quel limbo per almeno due o tre mesi. Da par mio, ritengo che il tutto durò circa ventiquattr'ore.
Tempo, quindi, e poi (se il "poi" era un concetto con ancora un qualche significato) l'oscurità stellare si fece più nera, le flebili stelle distanti si smorzarono e un umido suono di umanità crebbe nelle nostre tempie. E riconobbi il luogo: il Transilvania Live di via Paravia, Milano. Non potevo certo sbagliarmi. E sul palco Vincent e Danny Cavanagh in compagnia di un violoncellista. Una tiepida bestemmia di stupita gioia silente mi sfiorò le labbra, e riconobbi lo stesso blasfemo bagliore nello sguardo estatico di Devin. Il cenno di J. Orgy fu chiaro, e senza troppi ripensamenti ci trovammo un cantuccio da cui goderci in pace il concerto - per quanto potesse permettercelo la fiera e scultorea nudità di mio fratello.

Dopo tanto affanno ce ne stavamo adagiati in quel suadente riposo, cullati dalle frementi melodie disegnate da Vinnie, quando un maledetto crampo mi prese l'intestino. Non potevo sbagliarmi: un attacco in piena regola di sciolta del decimo grado. Evidentemente la settimana a pane secco e sbobba del calderone di Fedor cominciava a sortire il suo effetto. Piegato in due cercai di muovermi verso i cessi posti a ridosso del palco, facendomi strada tra la folla con la compresibile brutalità dettata dalla malefica urgenza, ma cercando comunque di mantenere una certa dignitosa imperturbalità nell'espressione. Inutile. Pochi passi ed ero già a terra, trascinandomi con la sola forza delle unghie e cercando in tutti i modi di non pensare all'enorme feto di feci che sentivo ormai premere sullo straziato orifizio anale e guizzare con l'impeto del nascituro. Con la vista annebbiata dagli incredibili sforzi atti a ritardare la deflagrazione, ero ormai quasi riuscito a raggiungere l'agognata meta. Un forte odore di orina mi entrò nelle nari, e spezzandomi le unghie in un ultimo scatto - non osavo infatti aiutarmi con le gambe che tenevo strette come ultima barriera contro il mortale nemico di sterco - riuscii ad entrare nel gabinetto avvolto in una luce giallognola. Per un attimo abbandonai il viso nel velo millimetrico di piscio putrido che ricopriva le piastrelle del pavimento poi, grondando urina, mi ersi in posizione semieretta appigliandomi al lavabo e, armeggiando con la cintura e strappandomi praticamente i pantaloni di dosso, mi lasciai cadere sulla turca. Lanciai un altissimo grido e finalmente liberai l'alieno che era in me, il quale, esplodendo a terra tra schizzi diarroici, squarciò l'acido velo paglierino disegnando l'elmo di un centurione sul pavimento bagnato.
Mi diedi un paio di minuti per riprendermi e finalmente, incerto sulle gambe, mi alzai. Feci per ricompormi e darmi una sistemata, quando notai che qualcuno aveva nascosto una fionda di precisione dietro al serbatoio dello sciacquone, bloccandone peraltro il meccanismo. Il cesso era completamente ricoperto di feci e le chiazze arrivavano quasi sin sul soffitto, come se un grosso gremlin fatto di merda si fosse fatto esplodere nel cubicolo... e non potevevo neanche tirare l'acqua. Il mio senso del dovere e la voglia di conservare una certa parvenza di rispettabilità mi obbligavano a liberarmi di tutti quegli escrementi e la scelta più sensata mi parve quella di scaraventare il tutto nell'unico posto dove nessun si sarebbe mai sognato di cercarlo: lo stesso palco dove in quel momento si stavano esibendo gli Anathema. Del resto Sergio Monroe, ex agente del KGB, mi aveva insegnato che non c'era niente di meglio dell'agire alla luce del sole per uscire da una situazione di merda al di sopra di ogni sospetto. Plasmai quindi una ventina di grosse palle di feci e le feci rotolare con noncuranza appena fuori dalla porta del cesso, in un angolo buio... presi poi la provvidenziale fionda e cominciai a scagliare velocissimamente i proiettili in direzione del palco.

In effetti la mia precisione in fatto di tiri, lanci, colpi e spari non è mai stata neanche lontanamente paragonabile a quella, che so, di Devin, ma non mi aspettavo che la terza palla di feci (dopo che le prime due si erano tranquillamente adagiate dietro uno degli amplificatori) esplodesse sul petto di Danny Cavanagh durante l'esecuzione in solitaria della cover di Big Love dei Fleetwood Mac, causando un comprensibile "oooh" di stupore da parte della folla. Daniel si guardò il torso smerdato e, come uscito di senno, si lanciò gridando sul pubblico. Subito fu il putiferio. Onde evitare imbarazzanti accuse nel caso qualcuno mi avesse notato, presi a scagliare altri proiettili con quadruplicato vigore, e questa volta in ogni direzione, in modo da gettare ulteriore scompiglio ed agevolarmi una fuga di soppiatto. Dopo pochi secondi notai che si stavano accendendo i primi focolai d'odio da parte di alcuni che, involontariamente colpiti da getti d'escrementi, venivano presi da diabolica ira e prendevano a loro volta a tirare grumi di sterco e vomito verso chiunque capitasse a tiro.
Appena ne ebbi l'occasione con calci, pugni e fiondate mi aprii un varco nell'orda tumultuosa e raggiunsi i miei compagni che certo non se ne erano stati con le mani in mano. Devin aveva preparato piccoli gavettoni d'urina e stava già lanciandoli sulla gente mentre J. Orgy, uomo dalle mille risorse, si apprestava a rilasciare un potentissimo virus intestinale aerobico che dai tempi del Vietnam conservava in un'ampolla di vetro infrangibile attaccata alla cintura. Appena ci rendemmo conto che la battaglia, e per volume di merda in campo, e per aggressivo coinvolgimento del riottoso pubblico, aveva raggiunto un livello di confusione e devastazione insostenibile, corremmo verso la porta d'uscita, facendoci scudo coi corpi di alcuni metallari.
Purtroppo, proprio mentre stavamo per varcare la soglia e ritornare a vedere le stelle della splendida notte milanese, accadde l'imprevisto. Un'ombra in gonnella ci si parò davanti, e ci arrestammo di colpo. Avrei riconosciuto ovunque quella sagoma... era Magill, ex promessa sposa di Devin ai bei tempi in cui abitava in Irlanda. La bella giovine dal piccolo seno, che amava appellarsi Lil anche se tutti la conoscevano come Nancy, era stata praticamente abbandonata sull'altare da mio fratello che, prima di darsi alla fuga su un sidecar guidato da Jerrinald, le aveva lasciato un biglietto in cui illustrava le sue preferenze per morbidezze di ben altra taglia. Avevo sentito dire che, anni dopo, ripresasi dallo shock, era andata a mettersi proprio con Daniel Cavanagh e questo spiegava la sua presenza lì. Ma non spiegava del tutto il Kalashnikov AK-47 che ci teneva puntato contro.
Immediatamente calò il silenzio, ma nel giro di un battito di ciglia lo stallo mortale fu sbloccato. Con un incredibile balzo Dev le si avventò contro come un lupo famelico e le strappò di mano il fucile d'assalto, poi, con una capriola, la bloccò a terra e ansimando la fissò come solo mio fratello sa fissare una donna. Ella si sciolse e prima di finire di sussurrargli "dannato figlio di puttana", lo tirò a sè baciandolo con passione.
J. Orgy alzò gli occhi al cielo, prese una forcina dai capelli di Magill, che continuava a limonare bestialmente con il nudo Devin, e si diede da fare sulla serratura del pulmino degli Anathema, parcheggiato lì fuori. Nel giro di un paio di minuti lo mise in moto. Mio fratello si staccò allora dall'animalesca ragazza che, come un'ossessa, lo supplicava invece di penetrarla seduta stante. Devin oppose un cortese rifiuto, anche perchè notò che dall'interno del locale si stava avvicinando barcollando l'imbestialito Daniel e montò velocemente sul furgone con me ed Alfonano. Guardò i due ed accennando un sorriso disse: "Be', certo". Poi chiuse il portello scorrevole con un colpo secco. J. Orgy diede immediatamente gas e con una stridente sgommata partimmo alla volta dei navigli, nel consapevole silenzio beato di chi, dopo un lungo travaglio, torna finalmente a casa.

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