25 Maggio 2005

Fèga

25 Maggio 2005
Copenaghen, Hotel D'Angleterre.

Finalmente una serata da ricordare.
Torno or ora in albergo, sfinito e beato dopo il party di presentazione di "Eat The Blues", il nuovo capolavoro di colui che è unanimamente considerato il musicista definitivo, quel Pavel De Stasi - recentemente tornato a presentarsi sulle scene col proprio nome di battesimo "Paolo" - che negli anni passati seppe regalarci perle del calibro di "A Féga Supreme", "Wake Up And Smell De Stasi" e "Fòrca". Ho il sorriso sulle labbra anche ora, mentre, seduto sul cesso e intento a liberarmi dei miei demoni in compagnia del mio fido portatile satellitare, ripenso al lussureggiante circo d'anime e note che mi ha inghiottito questa notte.
Quando ieri ho mostrato a Devin i due pass d'entrata falsificati che mi sono fatto procurare da Ghya, ho subito capito che non avrei potuto fargli dono migliore per festeggiare il suo rientro a casa dopo gli amari giorni di prigionia. Mio fratello ha addirittura interrotto l'euforica prestazione nella Jacuzzi con due pollastrelle neozelandesi, per riservarmi un caloroso abbraccio e qualche commossa parola in francese di cui mi è sfuggito il significato.
Questa mattina di buon'ora siamo quindi volati a Copenaghen e, dopo un veloce giro in città per raccogliere qualche dato sulla media del VZ danese (su esplicità richiesta di Willard che si servirà di queste informazioni per completare i suoi ultimi studi - di cui già potete avere qualche assaggio nella sua hp), ci siamo dedicati ad un ripasso generale dei capitoli più importanti della sterminata opera del De Stasi. Devin in particolare ne è un ferreo conoscitore ed estimatore. Ultimamente addirittura, lavorando part-time come redattore sulla nota rivista jazzistica Downbeat, ha avuto modo di scrivere un paio di apprezzate recensioni che andrò tra poco a riportarvi con notevole piacere, conscio del fatto che il membro di Giovani.it è per definizione aperto sia alla novità, che alla riscoperta del classico fondamentale, in particolare quando si tratta di lavori di tale imprescindibile fattura.
Tornando al party di questa sera, tutto ciò che posso dire è che è stato roboante e splendido e, benchè ancora una volta non abbia avuto l'occasione di fare all'amore (malgrado una cravatta consigliatami da Dev), ho raggiunto in diversi momenti sensazioni di intenso piacere. Come dimenticare infatti l'immagine di un Paolo De Stasi in frac e cravatta bianca che appare a cavallo di un destriero da guerra circondato da ballerine seminude ed esplosioni di fuochi artificiali, o la sua esecuzione con sassofono dietro la nuca del classico del 1958 "Sing Sing The Alcatraz Blues". O ancora l'immagine di Devin inspiegabilmente invitato sul palco da Pavel a duettare con lui sulla nuova versione 2005 di "Ehhh" (cover del bellissimo pezzo di Elius "2 Times Blow" Corn), e addirittura l'emozione di una foto a fine serata col Maestro.
Tutto ciò è quasi indescrivibile e, anche ora, allacciato alla realtà dal doloroso e rapido scorrere delle mie liquide feci, stento a credere alla perfezione di una tal notte.

Ecco ora a voi le recensioni del bravo Devin.

PAOLO DE STASI - Eat The Blues

un'analisi di Devin Pinkerton Weller



Appena uscito dalla fornace della Saronno Sud Records, il nuovo lavoro del più acclamato musicista del millennio sorprende subito per il suo eclettismo. Il noto trombettista-bassista-saxofonista-pianista-violoncellista, appena insignito del titolo di "Sommo Maestro" alla Filarmonica di Vienna, prosegue nella sua incessante ricerca di un suono moderno e allo stesso tempo rispettoso della tradizione. Tutte le otto tracce lo vedono esibirsi col suo strumento preferito, la mitica tromba "Féga", che lo accompagna fedelmente dagli inizi: nella sesta, Be The Fério, ci propone comunque un vertiginoso solo di basso a dodici corde - che per la gioia degli esperti contiene, come sempre, la sua mitica tecnica "flap & fuca".
L'album si apre con una gloriosa reinterpretazione del suo vecchio anthem At Pecorina, dove le vellutate tonalità medio-alte della tromba si sposano perfettamente con la voce declamante (e a tratti erotica) della corista Julia, sua ex moglie e ora concubina a tempo perso. Seguono due brani nella media (cioè straordinari), Always Peter Pan In My Heart e Méro (dedicata al cantante degli pSedo aMorfeus, e terminante con un lungo solo di tromba e sassofono insieme, dalla grazia ineffabile). Ma il vero culmine sta sicuramente nei cinquantadue minute dell'iperbolica suite But Beat You!, che ci riporta alle sonorità del De Stasi anni '60, impreziosita da alcune sapienti trame melodiche per chitarra acustica (suonate da Tommy Emanuel). Composta dopo un'overdose di quattro stagioni, la canzone vuole ispirarsi alla bellezza della vita e alla profondità del disegno divino nel creato, e si fonda su un'armonizzazione tanto complessa da risultare incomprensibile persino a geni del calibro di Marco Mazzola. Il nostro eroe ha però confessato di essersi fatto dare una mano da Cornelius "Nirvana" Carapellini. Il risultato è comunque ineffabile. Tralasciando la tenera ballata Stomach, e Be The Fério di cui abbiamo già parlato, spezzerei una lancia a favore del baccanale dionisiaco di I Would Say..., dove De Stasi gioca brillantemente al musicista classico, sovrapponendo alcune centinaia di incisioni d'archi a una base [noize] propiziata dall'intervento in fase missaggio di Giacomo Fusetti, suo vecchio collaboratore nel periodo primi anni '90. L'album si chiude sulle note trionfali di Blasphemy? Why Not!, una vera delizia per ogni palato musicale, dove nel ritornello ricompare la voce arrochita della corista, per un mix di immediatezza melodica e profondità musicale che farebbe impazzire lo stesso Miles Davis (vecchio allievo di De Stasi).

Che dire, se non: you must get it! De Stasi ad ogni nuovo lavoro si rivela sempre più grande, sempre più innovativo, sempre più geniale, in barba ai suoi centosedici anni (festeggiati l'altro ieri).

Paolo De Stasi, "Eat The Blues", 2005 Saronno Sud Records


PAVEL DE STASI - Made In Giappòne

un'analisi di Devin Pinkerton Weller



Inizia la promozione della Saronno Sud per recuperare, rimasterizzandoli, i capolavori dagli anni '10 agli anni '70 del divino De Stasi. Si parte con un pezzo imprescindibile, una pietra miliare nella storia della musica universale: il doppio live Made In Giappòne. Registrato durante il mitico festival di Turate del 1972, cui parteciparono anche i Led Zeppelin, i Doors e Johannes Brahms, propone praticamente il meglio della musica del maestro nel periodo postmodern-pizza-féga-LSD, ovvero quello che va dal 1963 (anno della sua prima operazione al fegato - anzi, al fégato) al 1972.

Dopo un'intro strumentale (A Bit Of Super-Technique, Just To Make You Understand That I'm Over The Top), dove il nostro duetta al pianoforte con Keith Jarrett (schiacciandolo, verso metà, con una valanga di sessantaquattresimi in posizioni a dir poco prodigiose), il primo disco si apre trionfalmente con l'anthem Burnin' Peugeot 206, che vede un inedito (ma formidabile!) De Stasi al sax soprano. Nell'esecuzione live, il maestro sorprende tutti inserendovi anche un lungo inserto rapsodico al basso dodici corde, dove per la prima volta introduce la sua mitica tecnica "flap & fuca". Segue Plaufibile, una dolce ballata d'altri tempi, dove De Stasi mostra tutta la sua consumata abilità nel produrre un suono di tromba pulito e caldo, profondamente umano e notturno, tramite un uso tecnicamente innovativo della sordina (tenerla stretta fra i glutei). Scorrono poi veloci, ma senza certamente deludere, le classiche Honky-Tonky Blue Blue Blue In The Blue, Fuck Niceass e Polèmico: band in grande spolvero, ritmi spinti, e un Pavel sempre ispirato, in particolare nella lunga jam di chiusura su Fuck Niceass, in cui riprende in mano dopo anni il controfagotto. Dopo Polèmico i primi turnisti di Pavel si concedono il meritato riposo - impossibile stare dietro al maestro per tutta la durata di un concerto! - e cedono il posto a una formazione più giovane e non ancora perfettamente rodata, ma che sotto la guida del divino si trasforma in un'infallibile macchina melodica. In particolare segnaliamo alla chitarra la squillante presenza di Jimi Hendrix (riportato alla vita per l'occasione con un rito negromantico, tratto dal "Blasphemicus" del mago rinascimentale Paolo Stasino): nella susseguente (Miracle!) Today My Belly's Not So Big As Usual! Maybe It's Because Yesterday I Have Fucked All Night Long With My Ex-Wife, And Then I Didn't Have My Usual Coffee With Pizza, si scatena in un assolo meraviglioso che quasi rivaleggia con quello di Pavel (per l'occasione di nuovo al pianoforte). Ottimo anche lo scambio di cortesie con Stevie Wonder, Steven Tyler e lo stesso Jimi in Paoloo's Child (Very Long Return), un noise-blues di rara potenza e aggressività, giocato tutto sull'alternarsi di 4/4 e 5/4 ad ogni battuta, con una chiusura veramente superba in 17/16 (propiziata dall'intervento di un percussionista bulgaro, tale Aleksandr Merov, già pornodivo nel film "Assalto Al Culo" di Piolo Leone, 1969). Dopo la tenera italo-ballad Me Lo Potrefti Anche Fucchiare (con l'apporto agli archi di Ennio Morricone e Pavel al mandolino), la psichedelica e interminabile (ma geniale) After The After (After), e la caotica Mescalina - A Suite For All My Friends Dead In A Very Funny Way, si chiude il primo disco fra gli applausi di un pubblico stremato ma soddisfatto.

Il secondo disco comincia con una lunghissima versione (24 minuti) di At Pecorina, suo classico fin dal 1951, con De Stasi alla tromba e la giovane corista Julia ad accarezzarne le tonalità squillanti e vellutate allo stesso tempo. La band si dà nuovamente il cambio, e al posto dei giovani entrano vecchi leoni del calibro di Jimmy Page, Red Garland, Tony Williams e Jim Morrison: il maestro approfitta della loro esperienza per mettere in atto un esperimento colossale, quello che sarà ricordato come il pezzo chiave della musica del Novecento: una gigantesca jam in fugato, basata sull'inversione degli accordi di Gratif (Part 1), e sostenuta dal basso continuo di un pezzo di Handel, trasposto una quinta perfetta sopra. Il tutto tenendo presente che l'orchestra (diretta ovviamente dallo stesso Pavel, mentre suona il clarinetto, la tromba e il basso) suona un arrangiamento postmoderno del Requiem di Mozart, il quale sorprendentemente si incastra alla perfezione col pezzo del Divino. (Da notare anche la presenza di Brahms al primo violino, su esplicita richiesta del maestro: "Per me 'sto viennefe del cazzo ci fa fare... Vediamo come fe la cava con i miei ritmi!"). Il risultato è un meccanismo praticamente perfetto, una summa impressionante di armonia e melodia, un trionfo della logica compositiva unita all'estro del vero artista. Da lasciare senza fiato.
Dopo una simile impresa, persino Pavel non può che concedersi qualche secondo di pausa. La band si cambia per l'ennesima volta, ed entrano in campo Miles Davis e Chet Baker per unirsi a De Stasi in Three Trumpets - But Only One Of Them Will Make You Cry - una breve jam di blues classico, dove il maestro letteralmente seppellisce il gusto ormai rétro dei due campioni jazz, cancellandone definitivamente la memoria e imponendo una volta per tutte il suo inimitabile style. (Si mormora che dopo la prestazione, Davis abbia detto a Baker: "We'd better return to heroin, my friend!" - e che Baker gli abbia risposto laconicamente: "No kind of heroin could make us join De Stasi's world, man."). Mentre si ricompone un gruppo di turnisti di livello buono ma non eccezionale, De Stasi si lancia in un paio di brevi pezzi solisti poco impegnativi (Give It To Me, Vélocémente! e What A Blasphemic World), per svegliare un pubblico ormai affaticato dalla presenza oserei dire eccessiva di un artista senza confini e senza compromessi. Con ciò ci avviciniamo alla chiusura, propiziata da Probably I've Eaten Too Much, But I Don't Give A Fuck, Because I Am Just 30 Years Old And When I Was Younger I Was A Metal Boy (Part 2), e da un pezzo risalente addirittura agli anni '20, puro ragtime, Scott Joplin Makes Me A Séga, con De Stasi al pianoforte elettrico e un giovanissimo chitarrista, Jackob Fusionetti, ad accompagnarlo timidamente facendo risaltare gli accenti di ogni battuta con accordi aperti senza distorsione. ("Il ragazzo crescerà, ma deve ancora leccarne, di vagine!" ha detto Pavel a fine concerto, confermando la sua fiducia nel giovane afro-turatese). E dopo una piccola ballad in 12/8, April In Gerenzano, My Heart Smells Of Onion, il maestro chiude questo concerto epocale con la mitica Rock And Roll And Rock And Roll, And Rock, And Roll, suo pezzo forte dei primi anni '60, tristemente coverizzato dai Rolling Stones e da Chuck Berry, additato da molti come il primo esempio autentico di crossover. L'unisono finale di batteria, basso, chitarre, orchestra, hammond, percussioni, sitar e corni indiani, si traduce in un assolo conclusivo della mitica tromba "Féga" di Pavel, guidata magistralmente come al solito ma forse qui più brillante che mai, con uragani di centoventottesimi e soli della durata di dieci/dodici minuti senza respirare. Al saluto finale del Divino, il pubblico ha ancora la voce per implorare un bis. Ma De Stasi, umilmente, commenta al microfono "Fpiacénte, Pavel non ripete", ed esce sommerso da petali di rosa, mentre il dee-jay spedisce a palla il suo pezzo dance forte come outro, la mitica D'XTC, sulle cui note tunz il disco termina, e noi rimaniamo stupefatti, sorpresi, stupiti, basiti, illuminati, inorriditi da tanto genio e da un simile profluvio d'ispirazione.

Come ha detto John Lennon: "After that, no music at all for me, please."

Pavel De Stasi, "Made in Giappone (1972)", 2CD, 2005 Saronno Sud Remasters
prezzo euro 245 - comprensivo di poster, interviste e dvd del Maestro in posizioni oscene



110 commenti

  • anonimo

    impressionante.....

    quanto siate tutti dei coglioni. E questo de stasi mi pare uno stronzo terrone, il peggiore di tutte le merde.
    Scritto il: 19/08/2006 23:19:23
  • anonimo

    tu sei

    giakomo fusetti mio caro lex!!!
    Scritto il: 04/03/2006 22:01:24
  • Leira86

    bella pelle!!!

    sembri quasi una bambola!!!
    nn lo dico per prenderti per il culo!
    p.s.
    nn saprei cosa dirti di +...volevo scriverti altro ma molto probabilmente di cosa ne penso io nn te ne può fregare un cazzo, quindi la smetto di scrivere
    grazie
    Leira
    Scritto il: 16/09/2005 20:43:27
  • Mrsroxydurst

    questa foto

    mi mette pace
    sorriso

    devo ancora decidere se mi ricorda dei ricevimenti in quel della Virginia del Sud o delle feste serie all'apparenza in quel di San Francisco.
    Scritto il: 18/07/2005 19:10:54
  • Somberdream

    per me...

    tu sei quello al centro...cosa ne dici?
    Scritto il: 10/06/2005 20:39:05
  • confusa

    non so che dire...

    tu mi confondi... non riesco più a dividere realtà e fantasia. è colpa tua.
    non so se credere al mio cuore o se seguire la mia testa. sono i miei okki ke mi ingannano o sei tu?


    CHI SEI REALMENTE?

    questa domanda percade la mia anima in piena dannazione.
    non avrò una risposta. non la voglio.
    ho lanciato il sasso e ho nascosto il braccio.
    Scritto il: 07/06/2005 20:15:08
  • Isisi

    .......

    finalmente ho l'onore di vedere la faccia di paolù!!!!...fèga dopo un anno ce l'ho fatta....grazie maestro!
    Scritto il: 06/06/2005 23:53:05
  • Heartdust

    cento.

    non mi piace il 99, mette insicurezza.
    Scritto il: 01/06/2005 15:49:55
  • Skintekale

    Se non ricordo male

    Quella cravatta te la regalai al tuo compleanno circa 5 anni fa...

    Mi fa piacere scoprire che la conservi ancora!
    Scritto il: 01/06/2005 11:54:00
  • Kornelio

    ahahahahaha, subleim.

    copyright Turate & Peter Pan 1963-2005
    Scritto il: 30/05/2005 16:27:36
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